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		<title>Caratteri V Stato</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 20:08:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<br/>Questo è un esempio di testo (paragrafo) Questo è un esempio di testo (paragrafo) Questo è un esempio di testo (paragrafo) Questo è un esempio di testo bold (paragrafo) &#160; Questo è un esempio di testo (indirizzo) Questo è un esempio di testo (indirizzo) Questo è un esempio di testo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><a href="http://www.ilquintostato.it/5/wp-content/uploads/2012/04/faces1.jpg"><img class="alignnone  wp-image-789" title="faces" src="http://www.ilquintostato.it/5/wp-content/uploads/2012/04/faces1.jpg" alt="faces" width="300" height="149" /></a></p>
<p>Questo è un esempio di testo (paragrafo)<br />
Questo è un esempio di testo (paragrafo)<br />
Questo è un esempio di testo (paragrafo)<br />
<strong>Questo è un esempio di testo bold </strong>(paragrafo)</p>
<p>&nbsp;</p>
<address>Questo è un esempio di testo (indirizzo)<br />
Questo è un esempio di testo (indirizzo)<br />
Questo è un esempio di testo (indirizzo)<br />
Questo è un esempio di testo (indirizzo)<br />
<strong>Questo è un esempio di testo bold </strong>(indirizzo)</address>
<address> </address>
<address> </address>
<h1>Questo è un esempio di testo che non va (Testata 1)</h1>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Questo è un esempio di testo (Testata 1)</h2>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Questo è un esempio di testo (Testata 3)</h3>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Questo è un esempio di testo (Testata 4)</h4>
<p>&nbsp;</p>
<h5>Questo è un esempio di testo (Testata 5)</h5>
<p>&nbsp;</p>
<h6>Questo è un esempio di testo (Testata 6)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<h6><span style="color: #ff9900;">Questo è un esempio di colore (Testata 6)</span></h6>
<p>&nbsp;</p>
<h6><span style="color: #808080;">Questo è un esempio di colore (Testata 6)</span></h6>
<p>&nbsp;</p>
<h6><span style="color: #333333;">Questo sembrerebbe nero ma è un grigio (Testata 6)</span></h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Bianciardi, il pane e la pentola: ripensare il lavoro della conoscenza</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 10:21:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>grafica</dc:creator>
				<category><![CDATA[furia dei cervelli]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>Sergio Bologna &#160; Mi è capitato d’incontrare Bianciardi una sola volta, per pochi minuti, ad un ritrovo a casa di amici. Lui era già noto ed io alle prime armi, ambedue a livelli diversi collaboratori delle stesse case editrici, ambedue abitanti del quartiere di Brera, lui sopra il bar “Giamaica” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><div>
<div id="attachment_697" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.ilquintostato.it/5/wp-content/uploads/2012/03/giamaica-mulas1.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-697" title="giamaica mulas" src="http://www.ilquintostato.it/5/wp-content/uploads/2012/03/giamaica-mulas1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Ugo Mulas, bar Giamaica, Milano 1953-4</p></div>
<p style="text-align: left;"><strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi è capitato d’incontrare Bianciardi una sola volta, per pochi minuti, ad un ritrovo a casa di amici. Lui era già noto ed io alle prime armi, ambedue a livelli diversi collaboratori delle stesse case editrici, ambedue abitanti del quartiere di Brera, lui sopra il bar “Giamaica” con artisti e fotografi che sarebbero diventati famosi, io in fondo a via Solferino, angolo Largo Treves, in quella che era chiamata “la Comune n.2”, uno dei luoghi dove a Milano si preparava la stagione operaista.</p>
</div>
<div>
<p> Da noi ci dormivano i compagni dopo le riunioni di “Quaderni Rossi”, vi trovava qualche volta rifugio gente scappata da dittature, un giorno ci chiese un letto uno che sarebbe diventato capo di uno stato africano. Erano quelli del “Frantz Fanon” a portarceli, facevano un gran lavoro con i focolai rivoluzionari del Terzo mondo (allora si diceva così). Noi invece eravamo fissati con la classe operaia dei paesi avanzati, quella che la sinistra di un po’ tutte le risme considerava allora “integrata”.</p>
</div>
<div>
<p> C’erano state le lotte degli elettromeccanici a Milano nel 1960,  avevano aperto un’epoca, dando inizio a quel ciclo che si concluderà alla Fiat nel 1980, vent’anni dopo. Nel ’63 un altro sciopero per il contratto degli elettromeccanici milanesi (70 mila erano!) aveva scosso la città. I nostri compagni avevano distribuito nei cortei materiale dei “Quaderni Rossi”, volantini scritti anche in via Solferino.</p>
</div>
<div>
<p> L’incontro fuggevole con Bianciardi di due sfigati abitanti della “Comune2” deve essere avvenuto proprio allora. E ricordo che a sentir raccontare la nostra quotidianità, di gente che si dava da fare sul fronte, diciamo, “antagonista”, a sentir dire cosa accadeva a due passi da casa sua, il Nostro rimase senza parole, guardandoci con diffidenza come se pensasse “questi mi stanno pigliando per il culo” oppure, chissà, che si trattasse semplicemente di un’altra forma di bohème “politicizzata”, diversa da quella cui era abituato lui, la bohème “artistica”.</p>
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<div>
<p> Era uscita da un anno “La vita agra” e per noi era stata come il pane. Bianciardi era stato capace di rappresentarvi perfettamente la figura dell’Intellettuale di sinistra, proprio quello che volevamo cercare di <em>non</em> essere. L’aveva dipinta così bene che quella maschera è entrata definitivamente nel repertorio della commedia italiana. Ma anche lui, in fondo, non era riuscito ad uscire da quel mondo.</p>
</div>
<div>
<p> Lo stupore ai nostri racconti era di chi non si era ancora accorto di ciò che bolliva nella pentola della società italiana. Per riuscire a liberarsi dal ruolo che la società assegna all’”intellettuale” ci vuole parecchio di più che una presa di posizione, occorre cambiar vita. Ed è il modo migliore per arrivare a costruire un sistema di pensiero, dunque per tornare al ruolo di intellettuale ma come lavoratore (della conoscenza) accanto ad altri lavoratori.</p>
</div>
<div>
<p> Detto questo, ce ne fossero di Bianciardi al giorno d’oggi! “La vita agra” è uno dei pochi libri italiani degli ultimi 50 anni da conservare in biblioteca.</p>
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		<title>Niente Paura: Prima assemblea dei giornalisti precari di Roma</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 07:42:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin5</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Domenica 18 marzo, dalle 11 alle 14, non prendete impegni. Vi aspettiamo alla Città dell&#8217;Altra Economia, in assemblea aperta per parlare di diritti e tutele per i precari della stampa. Abbiamo chiamato l&#8217;iniziativa Niente Paura, perché sarà un momento in cui mettere in &#8230;rete il nostro coraggio e la nostra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Domenica 18 marzo, dalle 11 alle 14, non prendete impegni. Vi aspettiamo alla Città dell&#8217;Altra Economia, in assemblea aperta per parlare di diritti e tutele per i precari della stampa.</p>
<p>Abbiamo chiamato l&#8217;iniziativa Niente Paura, perché sarà un momento in cui mettere in &#8230;rete il nostro coraggio e la nostra voglia di cambiare le cose. Denunciare le situazioni di lavoro atipico e precario, senza diritti e tutele, al servizio di un&#8217;informazione libera e corretta in cui però noi lavoratori siamo sempre più fragili e quindi ricattabili. E trovare insieme una strada per raccogliere storie, informazioni, segnalazioni e organizzarci per bussare alle porte delle istituzioni &#8211; l&#8217;Ordine dei giornalisti, il sindacato, il ministero del Lavoro &#8211; per ottenere quelle riforme che non possiamo più aspettare.</p>
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		<title>La nostra ASPIrazione: diritti, reddito, libertà contro la subordinazione</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 15:07:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin5</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>&#160; Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli L’Italia è oggi un laboratorio per le nuove tecniche di dominazione sociale che combinano l’arcaico e il più moderno. L&#8217;ultima riforma della legislazione del lavoro, che porterà il nome di un ministro «tecnico» che ha già riformato il sistema previdenziale, Elsa Fornero, consoliderà i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>&nbsp;</p>
<p>Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli</p>
<p>L’Italia è oggi un laboratorio per le nuove tecniche di dominazione sociale che combinano l’arcaico e il più moderno. L&#8217;ultima riforma della legislazione del lavoro, che porterà il nome di un ministro «tecnico» che ha già riformato il sistema previdenziale, Elsa Fornero, consoliderà i rapporti di lavoro neo-schiavisti, a fronte di ristrutturazioni capitalistiche che univano frammenti di post-fordismo, con la permanenza di legami familistici e corporativi pre-moderni:</p>
<p>&#8220;La ratio dell’intervento è chiara: maggiore stabilità per i giovani in ingresso barattata con una maggiore facilità (leggasi libertà) di licenziamento da parte delle imprese; incoraggiamento del lavoro dipendente; disincentivazione dei contratti a termine e a progetto mediante aumento dei relativi contributi; contrasto alle finte partite IVA mediante, forse, l&#8217;introduzione dell&#8217;obbligo di stabilizzazione; sostegno al reddito limitato nel tempo e accompagnamento al reinserimento lavorativo per il dipendente che perde l’impiego&#8221; (Rete redattori precari)</p>
<p>Oscuri frammenti di un futuro apocalittico ci spingono a denunciare questo meccanismo tritacarne creato deliberatamente per spingere tutti i nati dal 1970 (e anche prima) a svendere la propria esistenza e dignità all’ossessione delle imposizioni del lavoro e della sua assenza – sospesi al contempo tra l&#8217;oppressione familista e padronale e l&#8217;efficienza ultra-moderna dell&#8217;assoggettamento – poiché è intollerabile solo pensare a una esistenza felice e degna al di là della subordinazione al lavoro, inteso come meccanismo di integrazione esistenziale, antropologica, ancor prima che sociale. Diranno che non è vero. Perché questa riforma allarga la platea dei beneficiari degli “ammortizzatori sociali” riformati nell&#8217;Assicurazione sociale per l&#8217;impiego (Aspi). E&#8217; una falsità. I requisiti per accedere all’Aspi (2 anni di anzianità contributiva e almeno 52 settimane di contribuzione complessiva), sono identici a quelli in precedenza previsti per l’indennità di disoccupazione. Quanti tra gli oltre 4 milioni di «parasubordinati» che esistono in Italia, e quante lavoratrici e lavoratori autonomi, avranno diritto all&#8217;Aspi?</p>
<p>«E’ bene ricordare che già prima dell’Aspi tutti i dipendenti beneficiavano dell’indennità di disoccupazione (alcuni anche della mobilità). Chi rimane escluso? Secondo le informazioni attuali tutti quelli che erano esclusi prima, ovvero i collaboratori (co.co.pro, occasionali), coloro che lavorano con voucher, le partite iva e i destinatari di quelle forme di lavoro precario difficili anche da conteggiare (job on call ecc). Cosa vuol dire “ai lavoratori delle Amministrazioni pubbliche con contratto dipendente non a tempo indeterminato”? Anche qui si intende che l’Aspi sarebbe rivolta solo ai dipendenti a tempo determinato, che già beneficiavano dell’indennità di disoccupazione, lasciando al loro destino i collaboratori (che, giusto per ricordarcelo, nel pubblico impiego sono sia a progetto che coordinati e continuativi), gli assegnisti di ricerca, i docenti a contratto, le partite iva e la pletora degli “sfigati”» (Claudia Pratelli, La precarietà non sicura con l&#8217;Aspi-rina).</p>
<p>“Non sono ancora noti i parametri per accedervi, ma il rischio è che la possano prendere solo quei precari che avranno versato almeno due anni di contributi, sempre che abbiano lavorato negli ultimi 2 anni almeno 52 settimane, cioè il corrispettivo di un intero anno. [...] Sarà una corsa contro il tempo per non morire nel frattempo, se mai effettivamente tale misura partirà. In contemporanea si è ventilata la possibilità di abolire la CIGS e l’indennità di mobilità per fare cassa e, ulteriore presa per i fondelli, garantire così i fondi per l’Aspi. Per nascondere questo ulteriore peggioramento, il governo ci offre alcune ciliegine da mettere su questa torta indigeribile. Il contratto di lavoro a tempo indeterminato “domina sugli altri per ragioni di produttività e di legame tra lavoratori e imprese”, spiega la ministra Fornero. Tradotto, significa che il ventilato contratto unico (basato comunque sull’apprendistato precario per i primi tre anni), trasformandosi in “dominante”, non va più a sostituire alcuni dei contratti precari più utilizzati. Insomma restano i contratti a progetto, le false partite Iva, i contratti a termine, nonostante tutte le dichiarazioni per ridurre l’abuso del loro utilizzo. (San Precario).</p>
<p>Il ministro Fornero ha dunque esplicitato la centralità discriminante del contratto subordinato a tempo indeterminato nell&#8217;ordinamento del lavoro in Italia. Perché «è più produttivo». Un&#8217;affermazione che rivela, fuori tempo massimo, il tragico anacronismo che condannerà la vita di milioni di persone e, per di più, non proteggerà le tipologie lavorative ispirate a questo principio. Benché, da almeno vent&#8217;anni, sia stato dimostrato che questa figura del dipendente a tempo indeterminato non sia affatto centrale nella trasformazione delle forme contemporanee del lavoro, oggi più di prima si continuerà ad escludere milioni di persone dalle tutele residuali riservate ad essa.</p>
<p>Nel silenzio di tutti, tranne dei diretti interessati, con questa riforma del «mercato del lavoro» (dizione già in sé fuorviante e ultra-ideologica) si completa un ciclo riformatore che ha saccheggiato il sistema previdenziale, tra i più stabili in Europa, lasciando le generazioni che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996, anno dalla «riforma Dini», con poche speranze di ricevere una pensione; e, infine, quello delle tutele residuale che, storicamente, hanno escluso il lavoro indipendente, quando non l&#8217;hanno considerato un&#8217;anomalia da correggere o da eliminare. Non bisogna nemmeno dimenticare che questo tipo di «riforme» aumenta consapevolmente la recessione in atto. È il costo che i lavoratori di tutte le età, professioni, estrazione sociale dovranno pagare – da oggi alla prossima generazione – alla totale, irresponsabile, suicida scelta delle politiche dell&#8217;austerità che hanno un impatto recessivo immediato:</p>
<p>«La teoria su cui si basano queste riforme, però, ha poca attinenza con la realtà. Quello che succede con la diminuzione dei salari (e dei posti di lavoro) è che diminuisce fortemente la domanda di beni e quindi l’economia si ferma. In più, calano anche le entrate fiscali e quindi il Paese in questione non riesce a raggiungere gli obiettivi di bilancio stabiliti con l’UE. Questo provoca un nuovo “piano di aggiustamento” e l’imposizione di nuovi sacrifici che perpetuano questo circolo vizioso, depauperando sempre di più il Paese delle proprie risorse umane, industriali e naturali. Sì, perché spesso la teoria ha anche un lato molto pratico: il Paese in cui viene praticata è costretto a vendere i suoi beni pubblici: dall’acqua alle coste» (Mattia Toaldo, Il “non detto” della riforma del lavoro).</p>
<p>La forma tradizionale del lavoro, basata su occupazione a tempo pieno, mansioni univoche e normate e una carriera definita sul ciclo di vita si è sgretolata prima in modo lento, ma certo, poi in via certa e a ritmi vertiginosi. Tutto questo è noto, meno noto è che in quegli stessi anni si moltiplicarono i pronunciamenti di una serie di intellettuali, giuristi e sociologi (da André Gorz a Claus Offe, da Manuel Castells a Massimo D&#8217;Antona) che, unici e inascoltati in Europa, avvertirono che il lungo trentennio della disoccupazione o della sotto-occupazione di massa &#8211; e soprattutto oggi dinanzi ad una crisi globale che espelle dal mercato del lavoro persone over-40 e 50 e rende impossibile ai loro figli di essere integrati nelle forme del lavoro contemporanee – avrebbe dovuto spingere a rinnovare i principi del diritto del lavoro, insieme a quelli costituzionali, riscoprendo il più rigoroso realismo.</p>
<p>«Da questo punto di vista la precarizzazione dell&#8217;occupazione va interpretata come un allentarsi della presa che il lavoro economicamente determinato esercitava in passato sulla vita della popolazione. Significa che l&#8217;economia non ha più bisogno della piena occupazione a pieno tempo di tutti e di tutte e che l&#8217;oggetto delle politiche sociali deve essere quello di rendere disponibile per tutti il tempo liberato dal lavoro. Il carattere sempre più intermittente, discontinuo, secondario del rapporto salariale va trasformato in una nuova libertà, un nuovo diritto per ciascuno d&#8217;interrompere la propria attività professionale. Il che beninteso esige la garanzia di un reddito che non sia più direttamente legato al tempo di lavoro fornito.» (André Gorz, Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica).</p>
<p>«Dobbiamo finalmente porre all&#8217;ordine del giorno queste questioni: come si può condurre una vita sensata anche se non si trova un lavoro? Come saranno possibili la democrazia e la libertà al di là della piena occupazione? Come potranno le persone diventare cittadini consapevoli, senza un lavoro retribuito? Abbiamo bisogno di un reddito di cittadinanza pari a circa 700 euro. Non è una provocazione, ma un’esigenza politica realistica» (Ulrich Beck, La Repubblica, 3 gennaio 2006 e 22 marzo 2007).</p>
<p>Se questa era una provocazione, ancora oggi in Italia i ceti dominanti e i «tecnici» al governo continuano a vivere nel migliore dei mondi possibili. La Seconda Repubblica ha congelato ogni tipo di riflessione strutturale, la sua informe e irresponsabile appendice la sta conducendo all&#8217;implosione. Ancora una volta, e con sempre più grande urgenza, bisogna che la cultura sindacale, civile, quelle dei movimenti, i pensieri critici prendano atto che</p>
<p>«la promessa della piena occupazione nel lavoro subordinato stabile si rivela sempre meno esigibile, iscrive di prepotenza nell’agenda del diritto del lavoro temi nuovi» (M. D’Antona).</p>
<p>Oggi, più che mai, è necessario un radicale ripensamento del diritto del lavoro che le scuole giuslavoriste più garantiste provarono a declinare nel contesto italiano, e soprattutto in quello europeo, ponendo l’urgenza di una nuova agenda che ponga la centralità delle questioni post-occupazionali e degli interessi post-materiali dei lavoratori, delle tutele e garanzie del cittadino-lavoratore nel mercato del lavoro e non più nel solo e tradizionale rapporto di lavoro subordinato, della progressiva e inarrestabile crisi della subordinazione, imponendo una transizione dalla tutela del lavoro (subordinato standard) alla garanzia dei lavori (subordinati o autonomi).</p>
<p>Oggi, più che mai, bisogna liberare l&#8217;esercizio della cittadinanza, e la vita delle persone, dai vincoli della subordinazione lavorativa, il che vuol dire anche politica, economica. Nel lunghissimo periodo di recessione che ci aspetta – si dice che l&#8217;Italia tornerà a «crescere» nel 2020, e questa «crescita» non produrrà occupazione stabile – bisogna portare in cima ai nostri pensieri l&#8217;obiettivo di modificare radicalmente la struttura sociale profonda del paese:</p>
<p>«In sistemi come il nostro, di Welfare occupazionale, basato soprattutto sulla condizione di occupato, noi colleghiamo alla subordinazione gli effetti di protezione complessiva della persona di fronte ai rischi fondamentali della vita. Questo è un limite del nostro sistema di protezione sociale che va superato. Il cittadino del mondo postfordista deve essere tutelato nel mercato del lavoro anche attraverso una maggiore universalità delle protezioni fondamentali che attualmente riguardano soltanto la figura del lavoratore subordinato» (M. D’Antona).</p>
<p>E ora sempre meno anche quest’ultimo.</p>
<p>Come notava oramai quindici anni fa André Gorz (in Miserie del presente, ricchezze del possibile) «usciamo dalla società del lavoro senza sostituirla con nessun’altra», per questo «si tratta di prendere atto del fatto che né il diritto a un reddito, né la piena cittadinanza, né lo sviluppo e l’identità di ognuno possono più essere centrati sulla – e dipendere dalla – occupazione di un impiego. E si tratta di cambiare la società di conseguenza». È questa la sfida del tutto fallita nel nostro Paese: dinanzi all’intermittenza lavorativa, ad una precarietà che si è fatta forma di vita, e all’impossibilità di continuare a pensare la cittadinanza solo attraverso un impiego stabile, dovrebbe essere riformulato lo statuto di una nuova cittadinanza sociale, dopo la società salariale. E invece chi riuscirà ad arrivare al 2017 – data di entrata a regime dell’Aspi, a vent’anni dal pacchetto Treu e dalla riforma Dini – sarà sempre più senza diritti, dignità, tutele, garanzie: non solo escluso da qualsiasi ammortizzatore sociale, ma di fatto espulso dalla cittadinanza e da una forma di vita degna.</p>
<p>Per questo dinanzi all’etica sacrificale di professorali tecnocrati paternalisti, dobbiamo trovare il modo per affermare che siamo noi la società che viene. Noi saremo tutto, ma intanto cominciamo a prenderci quello che ci spetta e che da oltre quindici anni ci è negato: diritti, reddito, dignità, autodeterminazione, eguaglianza.</p>
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		<title>Dario Banfi (Acta): &#8220;Una vera riforma del lavoro deve sganciare i diritti dalla subordinazione&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 07:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin5</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>&#8220;Quando si parla di professioni ordinistiche e non ordinistiche, di partite Iva o lavoro autonomo – afferma Dario Banfi, membro dell&#8217;Associazione dei consulenti del terziario Avanzato (Acta), e autore con Sergio Bologna di Vita da freelance – si pensa solo a persone che pagano le tasse. Quando invece si parla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><div class="wp-caption alignright" style="width: 190px"><img title="dario banfi" src="http://s2.stliq.com/c/l/6/6b/16990225_intervista-dario-banfi-il-coworking-esalta-punti-di-forza-dei-freelance-0.jpg" alt="" width="180" height="187" /><p class="wp-caption-text">Dario Banfi, autore di &quot;Vita da freelance&quot; (feltrinelli)</p></div>
<p>&#8220;Quando si parla di professioni ordinistiche e non ordinistiche, di partite Iva o lavoro autonomo – afferma <strong>Dario Banfi</strong>, membro dell&#8217;<strong>Associazione dei consulenti del terziario Avanzato (Acta)</strong>, e autore con <strong>Sergio Bologna</strong> di <em>Vita da freelance</em> – si pensa solo a persone che pagano le tasse. Quando invece si parla del loro lavoro, allora vengono fatte sparire dal tavolo».</p>
<p>Cosa effettivamente accaduta al tavolo della «verbalizzazione» tra Governo-Confindustria-<wbr>Sindacati dove mancava all&#8217;appello un terzo della forza-lavoro attiva in Italia. Al suo posto c&#8217;era il suo fantasma, quello delle «finte partite Iva». «Nessuno nega l&#8217;esistenza di questi abusi – continua Banfi – ma così si rischia di non distinguere il lavoro autonomo reale da quello subordinato. I veri consulenti rischiano di perdere il posto dopo sei mesi».</wbr></p>
<p><strong>Basterà l&#8217;intervento dell&#8217;ispettorato del lavoro per risolvere la piaga delle &#8220;false partite Iva&#8221;?</strong></p>
<p><strong></strong>Non credo. È uno spauracchio che non basterà a far desistere dalle assunzioni irregolari. Il percorso è molto più complesso di una semplice data sul calendario. Intanto mettano più soldi sulle ispezioni. E poi permettano un patrocinio gratuito nei contenziosi, non importa se lo fa un sindacato o un&#8217;associazione. La verità è che nessuno ha una risposta, perché il problema non se lo sono nemmeno posti.</p>
<p><strong>Per quale ragione?</strong><br />
L&#8217;<wbr>unico interesse è rimarcare l&#8217;esistenza di un&#8217;irregolarità, non di sostenere il lavoro indipendente. È un&#8217;impostazione molto tradizionale che non intacca la struttura del mercato del lavoro che, a parte la modifica dell&#8217;articolo 18, resterà simile a quella attuale.<br />
<strong>Qual è l&#8217;idea ispiratrice di questa politica?</strong><br />
L&#8217;<wbr>ideal tipo del lavoratore che fa capo al dipendente a tempo indeterminato. Tutto quanto ruota intorno a questa impostazione, anche quando gli si vuole togliere qualcosa. Si modificano gli istituti contrattuali e le forme di protezione del lavoro sempre basandosi sulla tradizione di riforma di questi istituti. Un riformismo reale dovrebbe invece sganciare i diritti dai vincoli della subordinazione. Un lavoratore, in quanto cittadino, dovrebbe avere gli stessi diritti quando esercita una professione, lavora come dipendente o fa l&#8217;artigiano. Invece questa riforma millanta un&#8217;estensione universale dei diritti.<br />
<strong>Alludi all&#8217;assicurazione sociale per l&#8217;impiego (Aspi)?</strong><br />
È una furberia. Vuole allargare la platea dei beneficiari di sostegno al reddito ma, allo stesso tempo, abbassa l&#8217;importo totale dell&#8217;indennità per singola unità e restringe il periodo di erogazione, passando da 18 a 12 mesi. In termini assoluti può sembrare un vantaggio avere un sussidio di 1119 euro lordi al mese, cioè 800 netti, ma non è così. Forse si pensa che, con un sostegno minore, queste persone si daranno da fare a cercarsi un lavoro. Non sempre però esistono soggetti che sanno muoversi sul mercato e hanno bisogno di politiche attive che qui mancano.<br />
<strong>Eppure Monti sostiene che questa riforma sia ispirata al modello tedesco&#8230;</strong><br />
E con quali mezzi? In Germania, per intenderci, il personale pubblico che si occupa di servizi per l&#8217;impiego è circa quattro volte superiore all&#8217;Italia. Le persone continueranno a cercare lavoro, ma riceveranno un sostegno sempre più basso. Il governo dirà di avere creato una mobilità sociale. Ma sarà vero sulla carta. Mancherà sempre di più la coesione sociale. In questa situazione si trovano già oggi milioni di persone.<br />
<strong>Cosa devono aspettarsi gli autonomi e i parasubordinati?</strong><br />
Devono fare attenzione. Sono quasi certo che nelle commissioni di bilancio si cercherà di alzare la contribuzione dei lavoratori autonomi per pagare gli ammortizzatori sociali delle altre categorie. Per i parasubordinati è quasi certo. Dicono che gli autonomi paghino poco rispetto ad un dipendente. Ma se una partita Iva paga il 27,72 per cento di previdenza, siamo proprio sicuri che in questa cifra non sia già inclusa una componente di costo realmente, e non solo formalmente, equivalente? Come Acta abbiamo dimostrato l&#8217;esistenza di un cuneo contributivo fortemente sperequato a svantaggio degli autonomi che, in cambio, non hanno alcuna tutela. L&#8217;unica alternativa è rimodulare i costi dell&#8217;assistenza e dei servizi sociali associati. Per tutti.</wbr></wbr></p>
<p><iframe style="width: 120px; height: 240px;" src="http://rcm-it.amazon.it/e/cm?t=thechec-21&amp;o=29&amp;p=8&amp;l=as1&amp;asins=8807172011&amp;ref=tf_til&amp;fc1=000000&amp;IS2=1&amp;lt1=_blank&amp;m=amazon&amp;lc1=EE9D00&amp;bc1=000000&amp;bg1=FFFFFF&amp;f=ifr" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no" width="320" height="240"></iframe></p>
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		<title>La quinta musica: pillole di Silvia Janis Jop(lin)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 07:19:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin5</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Le pillole musicali che troverete accordate su una coppia di binari nel corso delle prossime domeniche, rispondono all&#8217;esigenza ritmica che a lungo ha caratterizzato il mondo del lavoro -prevalentemente quello operaio- e che oggi pare tendenzialmente assopita. La musica ha sempre scandito il ritmo del corpo nel tempo del lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Le pillole musicali che troverete accordate su una coppia di binari nel corso delle prossime domeniche, rispondono all&#8217;esigenza ritmica che a lungo ha caratterizzato il mondo del lavoro -prevalentemente quello operaio- e che oggi pare tendenzialmente assopita. </p>
<p>La musica ha sempre scandito il ritmo del corpo nel tempo del lavoro restituendo allo spazio della produzione la trama della condivisione, la costruzione di nuovi significati, l&#8217;intreccio delle esperienze e molto spesso la denuncia delle condizioni. </p>
<p>La musica è quindi sempre stata il luogo privilegiato di un momento comune, di una sintesi necessaria: del punto da cui (ri)partire, assieme, per cambiare. </p>
<p>Il Quinto stato raccoglie le storie, le parole e le cose di una popolazione i cui piedi e i cui pensieri non hanno fissa dimora, e da oggi comincerà a raccogliere in questo spazio spunti per la ricostruzione della trama musicale che le spetta.</p>
<p>La tessitura dei pezzi che si scontreranno e alterneranno seguirà i principi dell&#8217;oralità la cui matrice è caratterizzata da potenziali intrecciabilità, commutabilità e contaminabilità inesauribili e spesso in totale dissonanza tra loro. Matrice che internet, nel paradosso di una scrittura immateriale, immaginaria e immaginifica, ricalca come una tavola da surf le onde. </p>
<p>Questo piccolo spazio musicale, che mescola i moduli del Quarto Stato a quelli del Quinto – tentando di restituire un legame di imprescindibile complementarità al ritmo del corpo e a quello del pensiero – non fornirà alcun riferimento didascalico relativo ai pezzi che verranno selezionati. Eviteremo nomi e informazioni specifiche per tentare di scavalcare -per quanto possibile- la logica del principio di autorialità che troppo spesso, privatizzando le parole, ha finito per rinchiudere i pensieri.</p>
<p>Battiti, labbra, corde e voci verranno strappate ai contesti in cui sono stati raccolti per essere re-incollati e rimessi in circolo sotto forma di coppie strampalate, spesso completamente schizofreniche (alcune orribili altre bellissime), restituendo contraddizioni acustiche, elettrice e testuali ai motivi che ci abitano i piedi e le orecchie.</p>
<p>Vi invitiamo a contribuire agli intrecci che vi proporremo nelle prossime settimane: se conoscete qualche canzone, o siete autori di qualche musica che racconta storie, corpi, condizioni del mondo del lavoro oggi, inviateci il vostro link* a: <a href="mailto:silviajop.venezia@gmail.com">silviajop.venezia@gmail.com</a></p>
<p><strong><br />
<small>*vi chiediamo di inviare solo materiali già caricati su youtube o altre piattaforme compatibili</small></strong></p>
<p><iframe width="620" height="345" src="http://www.youtube.com/embed/qtMknHwEdzA" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><iframe width="620" height="450" src="http://www.youtube.com/embed/0Bcp4mFyNQ4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Come difendere il valore del lavoro culturale e creativo</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 10:57:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin5</dc:creator>
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		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>Sergio Bologna &#8220;A Roma il moto di rivolta dei lavoratori della cultura, dello spettacolo, dei media, è partito col piede giusto. I simboli contano. E’ cominciato da una biblioteca, dalla Biblioteca Nazionale. Non importa se allora la protesta è riuscita o meno, ma aver scelto una biblioteca come punto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>&#8220;A Roma il moto di rivolta dei lavoratori della cultura, dello spettacolo, dei media, è partito col piede giusto. I simboli contano. E’ cominciato da una biblioteca, dalla Biblioteca Nazionale. Non importa se allora la protesta è riuscita o meno, ma aver scelto una biblioteca come punto di partenza ha avuto il potere di evocare valori universali e contraddizioni importanti della nostra epoca.  Cosa viene in mente a sentir dire “biblioteca”, oltre a servizio pubblico, bene comune? Provo a elencare alcune parole-chiave. Conservazione della memoria, ricerca, silenzio, palestra della mente&#8221;.</p>
<p><a href="http://furiacervelli.blogspot.com/2012/03/conoscenza-cultura-competenza.html" target="_blank">Continua a leggere</a></p>
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		<title>Libri come, 8-11 marzo 2012, all’Auditorium – Parco della Musica di Roma</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 23:05:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin5</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Roma, Auditorium Parco della Musica. Da giovedì 9 a domenica 11 marzo 2012 si svolgerà il festival letterario Libri Come. Da venerdì 9 a domenica 9, alle 20, si svolgeranno tre assemblee per fare il punto sul lavoro culturale in Italia: È abbastanza innegabile che in quest’ultimo anno artisti, registi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Roma, Auditorium Parco della Musica. Da giovedì 9 a domenica 11 marzo 2012 si svolgerà <a href="http://www.viadeiserpenti.it/libri-come-8-11-marzo-2012-allauditorium-parco-della-musica-di-roma.html?utm_source=rss&amp;utm_medium=rss&amp;utm_campaign=libri-come-8-11-marzo-2012-allauditorium-parco-della-musica-di-roma" target="_blank">il festival letterario Libri Come</a>. Da venerdì 9 a domenica 9, alle 20, si svolgeranno tre assemblee per fare il punto sul lavoro culturale in Italia:</p>
<blockquote><p>È abbastanza innegabile che in quest’ultimo anno artisti, registi, scrittori, editori, redattori, giornalisti, attori, lavoratori della conoscenza in genere, si siano interrogati non soltanto sul merito della loro produzione, ma anche sul metodo – o per dirla con categorie mai passé, sulla struttura e non solo sulla sovrastruttura. Ossia, per fare esempi semplicissimi: non soltanto su come costruire la trama del prossimo romanzo, ma anche su cosa vuol dire pubblicare un libro in un’industria editoriale che si sta trasformando; non soltanto come faccio a rendere lo slang del prossimo libro che devo tradurre, ma come faccio a garantirmi un reddito decente per il mio lavoro; non soltanto che senso ha mettere in scena Pirandello oggi, ma come funziona la gestione dei teatri nel posto in cui vivo; e mille eccetera.<br />
Questa rinnovata coscienza politica diffusa ha prodotto molta intelligenza e molta franchezza. A partire da quest’intelligenza e da questa franchezza, si è pensato di fare tre assemblee negli spazi dell’Auditorium, cercando di spingere la discussioni su tre assi, che ovviamente poi si intrecceranno e si rincorreranno tra loro: quello della politica culturale, quello dell’industria culturale, quello del lavoro culturale. Cassa della Letteratura, Bandella della Magliana, 0,60 a cartella, <em>in apertis verbis</em>. (<a href="http://www.minimaetmoralia.it/?p=6831" target="_blank">Da Minima et Moralia</a>)</p></blockquote>
<p>Il giorno 9, alle 21, si parlerà di politiche culturali, spazi pubblici, sovrintendenze, la gestione dei servizi integrati, Doppiozero a Milano, partecipazione, gestione condivisa, diffusione, questione dei festival, il sistema delle Case, Zetema, il Centro per il Libro e la Lettura, ingerenza della politica…</p>
<p>Il giorno 10, alle ore 20, si parlerà: industria culturale, nuova editoria, e-book, selfpublishing, fund-raising per la cultura, concentrazioni, come affrontare la crisi?, produzioni dal basso…</p>
<p>Il giorno 11, alle ore 20,Sergio Bologna introdurrà una discussione su lavoro culturale, diritti, nuovo mutualismo, sindacati, continuità di reddito, equità. <a href="http://furiacervelli.blogspot.com/2012/03/conoscenza-cultura-competenza.html" target="_blank">Trovate qui il testo della sua relazione</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Matteo, vita di un tecnico funambolo</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 22:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin5</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>Matteo Armellini era un rigger. Un tecnico appenditore specializzato nei carichi sospesi, luci, amplificazioni, cavi. Allestiva i giganteschi palchi dei concerti di Laura Pausini, di Zucchero o Eros Ramazzotti. A 30 anni (31 a maggio), era laureato in Storia alla Sapienza, e molti lo hanno conosciuto al liceo classico Mamiani. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Matteo Armellini era un rigger. Un tecnico appenditore specializzato nei carichi sospesi, luci, amplificazioni, cavi. Allestiva i giganteschi palchi dei concerti di Laura Pausini, di Zucchero o Eros Ramazzotti. A 30 anni (31 a maggio), era laureato in Storia alla Sapienza, e molti lo hanno conosciuto al liceo classico Mamiani. Amava la politica, così come la filosofia. E ha scelto un mestiere che potrebbe essere l&#8217;espressione di un libro famoso, il trattato di funambolismo di Philippe Petit. </p>
<p>Matteo aveva scelto di essere un operaio altamente specializzato, le sue prestazioni richiedevano un fisico agile e muscoloso, di quelli che si riconoscono tra chi fa free-climbing o sulle barche a vela si occupa dell&#8217;albero. E in pochi anni ha maturato una ricercata e apprezzata competenza tecnica. Il rigger deve sapere appendere i motori elettrici che elevano le «americane». Per farlo resta sospeso a mezz&#8217;aria tramite corde di sicurezza e deve avere buone conoscenza della fisica. Dal suo colpo d&#8217;occhio dipendono infatti le prove di carico delle strutture. </p>
<p>Ieri, Matteo non ha fatto in tempo ad arrampicarsi perché la struttura del palco allestito al Palacalafiore di Reggio Calabria ha ceduto prima, schiacciandolo quando era ancora a terra. Le indagini accerteranno se la responsabilità è della produzione, oppure dei gestori del palazzetto dello sport, una struttura del tutto inadeguata per contenere il gigantismo di un evento che di solito viene celebrato negli stadi, in estate. Questa nuova tragedia, dopo quella che ha colpito Francesco Pinna a dicembre, deceduto dopo il crollo del palco del concerto di Jovanotti a Trieste, può essere l&#8217;occasione per raccontare la filiera del lavoro operaio nell’economia più immateriale che c’è: la musica pop. </p>
<p>Di rigger come Matteo, sul palco di media grandezza che si stava allestendo al Palacalafiore, ce ne dovrebbero essere almeno altri tre, guidati da un head-rigger, il coordinatore di questi ragni umani, uomo di esperienza. La loro paga oscilla in media dai 250 ai 350 euro lordi al giorno, dipende dalla produzione e dal tipo di contratto. Una figura diversa da quella di Francesco Pinna, che svolgeva la funzione di «facchinaggio», altrettanto fondamentale per l&#8217;allestimento di un palco ma, a differenza del rigger, viene pagato all&#8217;incirca 6 euro netti all&#8217;ora.</p>
<p>Poi ci sono gli scaff holders, i ponteggiatori, organizzati in squadre che possono arrivare fino a dieci unità. In tour colossali come quelli di Laura Pausini o di Vasco Rossi, le maestranze possono superare anche le 100 persone, e tra di loro esistono differenze dal punto di vista contrattuale, professionale e di reddito. </p>
<p>Di solito, le grandi produzioni come il «F&#038;P group» e la «Riccardo Benini produzioni» che organizzano il «World Tour» della Pausini reclutano le alte professionalità in aziende come «Insieme», la cooperativa abruzzese con sede a Castevecchio Subequo in provincia de L&#8217;Aquila che aveva assunto Matteo Armellini nel 2009. Le altre figure vengono assunte in loco, attraverso promoter locali come la Esse Emme di Maurizio Senese, con le quali il management del tour sigla contratti di produzione o, più spesso, acquistano la data del tour. A loro tocca organizzare il settore dell&#8217;accoglienza (catering, logistica e servizi), comunicazione e biglietteria. Poi c&#8217;è il settore che fornisce i materiali per realizzare i palchi. Il palco del Palacalafiore è stato costruito dalla Italstage, un gigante del settore fondato nel 1986 a Napoli, specializzato nella costruzione di torri e palcoscenici, trasporto di gruppi elettrogeni e tribune in tubi innocenti da migliaia di spettatori. </p>
<p>Il gigantismo di questi tour alimenta imprese a rete altamente flessibili che attivano una forza-lavoro altrettanto flessibile pronta a lavorare 24 ore su 24 per l&#8217;allestimento, lo smontaggio e il trasporto. Il modello organizzativo è sempre quello della sub-fornitura accomadataria, basata sul lavoro operaio altamente specializzato, ma anche sulla manodopera priva di inquadramento contrattuale. Questa è la vita del retropalco.</p>
<p>Entrambe vengono organizzate in una filiera di appalti e subappalti, che ricorda molto da vicino l’impresa edile. Questo accade per ogni «evento»: un festival di musica classica, le sagre di paese, i campionati mondiali di nuoto o di vela, come per i «grandi eventi». L’obiettivo è realizzare enormi incassi, nel più breve tempo possibile. L&#8217;&#8221;inedito World Tour&#8221; della Pausini ha realizzato in poco tempo 100 mila biglietti solo per le date di Roma e Milano. </p>
<p>Un tempo che non risparmia nessuno, nemmeno i funamboli.</p>
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		<title>Non è che perché facciamo un lavoro bello dobbiamo essere pagati in bellezza!</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 22:33:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin5</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>L&#8217;occupazione dell&#8217;ex asilo Filangeri a Napoli, sede del forum delle culture, da parte degli intermittenti dello spettacolo e dell&#8217;immateriale &#8220;La Balena&#8221;, il Teatro Valle e il cinema palazzo di Roma, i lavoratori dell&#8217;arte di Milano, il Sale Docks di Venezia, l&#8217;Arsenale di Palermo, il teatro Coppola di Catania, è una presa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><div class="wp-caption alignright" style="width: 369px"><img title="la balena" src="http://labalena.files.wordpress.com/2012/03/labalenasilo.jpg" alt="" width="359" height="223" /><p class="wp-caption-text">La Balena: occupato il forum culture di Napoli</p></div>
<p>L&#8217;<a href="http://labalena.wordpress.com/">occupazione</a> dell&#8217;ex asilo Filangeri a Napoli, sede del forum delle culture, da parte degli intermittenti dello spettacolo e dell&#8217;immateriale &#8220;La Balena&#8221;, il Teatro Valle e il cinema palazzo di Roma, i lavoratori dell&#8217;arte di Milano, il Sale Docks di Venezia, l&#8217;Arsenale di Palermo, il teatro Coppola di Catania, è una presa di posizione contro l&#8217;economia degli eventi culturali, la politica dell&#8217;emergenza che gestisce i fondi pubblici e le &#8220;grandi opere&#8221;.</p>
<p>Da mesi al centro di infinite polemiche tra Regione Campania, il Comune e la Provincia di Napoli, il forum è balzato agli onori delle cronache nazionali quando il cantautore Roberto Vecchioni, al quale era stato conferito il titolo di presidente della manifestazione,<a href="http://www.lettera43.it/politica/35972/napoli-vecchioni-saluta-il-forum-delle-culture-2013.htm"> si è dimesso</a> a seguito delle polemiche sul compenso superiore ai 200 mila euro. Da quel momento non si sono contate più le defezioni,<a href="http://napoli.repubblica.it/cronaca/2012/02/20/news/ora_lascia_anche_peppe_barra_preferisco_dedicarmi_al_teatro-30172367/"> l&#8217;ultima è stata quella di Peppe Barra </a>dal &#8220;comitato scientifico&#8221; della manifestazione che dovrebbe essere inaugurata il 7 settembre 2013 a Castel dell&#8217;Ovo.</p>
<p>Nel frattempo si sono moltiplicati i conflitti tra i rentiers nel management culturale napoletano. Come altrove in Italia, anche a Napoli, infatti, esiste <a href="http://napoli.repubblica.it/cronaca/2012/02/13/news/forum_universale_delle_culture_il_blitz_di_luca_de_fusco-29777074/">un monopolio nella gestione del teatro da parte di Luca De Fusco</a>, da mesi accreditato &#8221;direttore segreto&#8221; del festival. De Fusco dirige il Mercadante, uno dei maggiori stabili italiani, il San ferdinando, oltre che il festival di teatro di Napoli, il più importante a livello nazionale, dove ci sono numerosi lavoratori e compagnie in vertenza, e in attesa di essere pagati. Questa situazione sta facendo fibrillare l&#8217;organizzazione culturale napoletana.</p>
<p>Il World urban forum, di cui il &#8220;forum universale delle culture&#8221; è il &#8220;tag&#8221; italiano, è un evento promosso dalle Nazioni unite che si tiene ogni due anni dal 2002. Prevede la partecipazione di delegazioni provenienti da centocinquanta paesi del mondo e circa 10 mila partecipanti che Napoli ospiterà alla Mostra d’Oltremare. <a href="http://denaro.it/forum-delle-culture/2012/02/03/forum-budget-dimezzato/">L&#8217;edizione del 2013 dovrebbe durare 101 giorni</a>, organizzati in cinque grandi aree corrispondenti ai cinque continenti. Ospiterà 101 città, una al giorno. Inizialmente sono stati investiti 40 milioni di euro, poi la cifra è diminuita fino raggiungere gli attuali 15 milioni messi a disposizione dalla Regione di centro-destra, governata dal Pdl Caldoro. Il Comune guidato da Luigi de Magistris è, invece, proprietario del marchio &#8220;World urban forum&#8221;. Lo stallo che si è prodotto nel frattempo rischia di compromettere le velleità iniziali, tanto da avere spinto De Magistris <a href="http://napoli.repubblica.it/cronaca/2012/02/20/news/forum_culture_de_magistris_presidente-30171908/">ad assumere la carica di presidente</a> per organizzare un evento che rischia di non vedere la luce.</p>
<p>Da questa sintesi di una vicenda molto confusa, emerge un dato generale. Anche il &#8220;forum delle culture&#8221;sarà gestito secondo la logica politica che ha affidato alla Protezione Civile il G8 della Maddalena, poi spostato a L&#8217;Aquila, oppure i mondiali di nuoto a Roma nel 2009 e, risalendo nel tempo, il Giubileo del 2000 a Roma. Sebbene, oggi, la Protezione Civile abbia perso questi &#8220;superpoteri&#8221;, è rimasta in vita la mentalità che non permette di immaginare un modello alternativo di governo della cultura, come della società. Il &#8220;grande evento&#8221;, sia esso culturale, politico o un terremoto, continua ad essere gestito con una legislazione eccezionale dei commissari <em>ad acta</em>, e resta l&#8217;occasione per distribuire una quantità enorme di fondi, rinsaldando il sistema politico locale con quello corporativo e partitocratico che controlla le nomine di chi gestisce gli eventi sui territori.</p>
<p>Gli occupanti dell&#8217;ex asilo Filangieri, che hanno annunciato una serie di attività assembleare e laboratoriali fino al 4 marzo, intendono lavorare su un modello alternativo al gigantismo dell&#8217;economia degli eventi, e al suo spirito burocratico. Quello che prospettano è un modello del tutto opposto alla stessa idea di &#8220;economia dell&#8217;evento&#8221;.fondata sullo sfruttamento del lavoro precario e su un mercato che, per sua natura, è aleatorio ed offre migliaia di occasioni di lavoro mal pagato, in particolare nell&#8217;ideazione e nella fornitura dei servizi.</p>
<p>&#8220;Questo forum è molto simile ad altri contenitori culturali come il festival teatro italia &#8211; afferma <strong>Elena del collettivo &#8220;La Balena&#8221; </strong>- sono grandi contenitori gestiti da fondazioni che spostano capitali importanti senza preoccuparsi di lasciare segni permanenti nella città, né tanto meno un discorso di coinvolgimento delle strutture che già operano nel settore culturale e sociale campano&#8221;. Quello che la Balena propone è &#8220;un rapporto diverso tra il finanziamento e la produzione immateriale a Napoli, che segua l&#8217;idea dell&#8217;autogoverno in forme ancora ibride, ma che già oggi sono incentrate sulla condivisione e la partecipazione. Non è possibile che siano sempre gli stessi soggetti a determinare le scelte culturali e ad usare la cultura a fini privati, e in modo strumentale&#8221;.</p>
<p>&#8220;A Napoli c&#8217;è una situazione anomala &#8211; sostiene Ilenia, del Teatro Valle &#8211; da un lato c&#8217;è una amministrazione promettente, ma dalle sue politiche culturali non traspira la pratica dei beni comuni.  Vogliamo affermare la differenza tra l&#8217;amministrazione dall&#8217;alto dei beni comuni e l&#8217;autogoverno dei beni comuni. Ma per farlo è ormai essenziale escludere l&#8217;ingerenza dei partiti dalle nomine, come sta dimostrando la triste vicenda del Festival del cinema di Roma. Al Valle stiamo procedendo con l&#8217;autofinanziamento della fondazione, che incarna questo modello alternativo. Riteniamo che questo sia un modello estendibile all&#8217;intero paese, soprattutto dove regna la prassi del &#8220;grande evento&#8221;. Procedendo in questo modo si rischia di creare un deserto nelle città, e non un progetto, continuando a saccheggiare il nostro lavoro vivo. In Italia è giunto il momento di inventare nuove istituzioni dell&#8217;agire collettivo&#8221;.</p>
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